Riduce i tempi dei processi?
Favorisce l'indipendenza della magistratura?
Riduce i i costi per il cittadino?
Garantisce equilibrio tra poteri dello stato?
Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo di rilievo costituzionale che ha poteri di indirizzo e di orientamento sulla organizzazione degli uffici, sulle priorità nella trattazione degli affari, sulla professionalità e sulla deontologia dei magistrati.
È l’organo di garanzia della indipendenza dei magistrati e per questo la presidenza è affidata al Presidente della Repubblica.
È composto per due terzi da magistrati (i «togati») e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i «laici»), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro «chiodi» piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Con la riforma viene diviso il CSM in tre organi: un CSM per i giudici, uno per i PM e un’Alta Corte Disciplinare.
I componenti togati saranno scelti mediante sorteggio. Anche i componenti laici saranno sorteggiati, ma all’interno di un elenco compilato dal Parlamento.
Nella Costituzione resta scritto che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104) ma con il sorteggio i magistrati non si governano da soli, vengono governati da alcuni loro colleghi scelti a caso. È una cosa completamente diversa perché toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti.
Con il sorteggio si crea un pesante squilibrio tra componenti “togati” e “laici” di nomina politica: i togati selezionati con sorteggio puro, i “laici” che invece saranno sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti dalla maggioranza parlamentare: di fatto un finto sorteggio!
Con la riforma si toglie al CSM il potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti a tutela della sua indipendenza e autonomia e trasferisce il potere disciplinare a un’Alta Corte la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati.
Le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti perché non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa.
Con la riforma si vuole separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. Questo fa cambiare la natura della pubblica accusa, senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati.
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse: la funzione giudicante o la funzione inquirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Non succede quasi mai (nel 2024, appena 42 passaggi su quasi 9000 magistrati: lo 0,4%). Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni. Inoltre, l’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del pubblico ministero) mostra che il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione (art. 111), e non dà ragione al PM solo perché sono “colleghi”.
Insieme alla carriera, poi, i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale: in concreto, giudici e accusa condividono una funzione pubblica, il PM non deve “vincere”, ma deve cercare anche le prove a discarico dell’imputato. Questo è una garanzia a protezione di indagati e imputati.
Con la riforma il PM diventa semplicemente una parte speculare alla difesa, a quel punto non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati.
La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i problemi della giustizia che gravano sui cittadini: tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati.
Per di più, sostituire il vecchio, unico CSM con tre organismi triplica i costi, disperdendo risorse che potrebbero essere utilmente investite per far funzionare meglio le procure e i tribunali.
Il modo in cui la riforma è stata approvata è l’opposto di quello raccomandato dalla Costituzione; infatti la Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma, per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione distesi sia in Parlamento sia nella società, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula. Proprio il contrario di quello che è avvenuto.
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento.
In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto fare da solo, con un procedimento «blindato»: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti.
Questa riforma costituzionale non introduce solo la «separazione delle carriere» tra giudici e pm, come si sente dire spesso, ma riduce l’indipendenza della magistratura.
L’indipendenza della magistratura serve a far sì che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutti i cittadini.
È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo.
ANPI Bracciano
Sez. Quintiliani - Bombieri